AMBIENTE, EVASIONE CULTURALE A KM0

RUBRICA: IL VOLTURNO, COME ERA E COME È

Il fiume Volturno attraversa la pianura campana da tempo immemorabile. Da sempre le locali popolazioni hanno tratto sicuro giovamento delle sue acque per l’irrigazione dei campi circostanti. Con le opere di bonifica e di canalizzazione operate nel decorso secolo sono state rese irrigue estesissime aree, con conseguenti maggiori produzioni agricole. Tutto era rimasto pressoché immutato dalla notte dei tempi; eppure quella magica atmosfera si è andata gradualmente dissolvendo, in stretta correlazione con l’affermarsi del processo di industrializzazione; più si affermavano le industrie e più la qualità delle sue acque andava scemando. Mi è sempre piaciuto parlare con le persone anziane, per attingere preziose notizie del tempo passato. Sembra che non cambia mai nulla ed, invece, tutto è stato stravolto dagli anni cinquanta del decorso secolo. Cosa è successo di tanto importante da poter tranquillamente dire che quello verificatosi è stato un evento epocale. Ebbene cosa ho appreso dalle persone più avanti con gli anni? Innanzitutto che nel periodo antecedente al secondo conflitto mondiale e negli anni immediatamente successivi a quell’evento bellico era d’abitudine, da parte della parte più giovanile della popolazione, di fare d’estate i bagni nel fiume. Pochi erano i giovani che si sottraevano alla balneazione fluviale, sebbene fossero note le insidie del corso d’acqua. E’ anche vero che le rive del fiume non erano così incassate come adesso, perché, nei secoli passati, il letto del fiume non era mai stato sottoposto ad un sistematico dragaggio, come avvenuto nel dopoguerra, per la raccolta della preziosa sabbia, impiegata in maniera massiva nell’edilizia. I moderni mezzi meccanici, raccogliendo enormi quantità di sabbia, hanno, col tempo, totalmente eliminato delle estese lingue di sabbia che, nel periodo estivo, con la calura e la riduzione delle precipitazioni atmosferiche, affioravano per decine di metri, rispetto al letto del fiume. Quelle distese di sabbia erano, da sempre, i lidi dove, chi lo avesse desiderato, poteva distendersi per trarre refrigerio dalla calura estiva. Soltanto a Capua, secondo i miei ricordi e quelle delle persone più avanti con gli anni, erano ben visibili, nel periodo estivo, delle vere e proprie spiaggette, una nei pressi del Ponte Romano ed una all’altezza del ponte ferroviario della linea Napoli/Roma, via Cassino. Questi erano i “lidi” più noti, perché un pò dappertutto c’era l’usanza di fare il bagno nelle acque del fiume. Sono, dunque, scomparse le distese estive di sabbia che consentivano un accesso più sicuro e graduale all’acqua; adesso essendosi incassate le rive, in relazione al selvaggio dragaggio praticato in passato, chi si immerge nell’acqua rischia di non toccare il fondo, già da subito, cioè dalle immediatezze della riva. Altro elemento dissuasivo della balneazione è da correlarsi al sopravvenuto inquinamento delle acque fluviali. L’acqua del Volturno si è conservata pura, come ho detto in apertura della presente riflessione, da tempi immemorabili, ovvero dall’inizio del creato. Dal secondo dopoguerra è iniziato un processo di graduale e rapidissimo scadimento delle acque del Volturno a causa degli incontrollati scarichi industriali ed urbani. La produzione industriale a ciclo continuo ed il consumismo di massa con la produzione abnorme di contenitori di plastica avviati poi alle discariche ha profondamente modificato l’equilibrio ambientale, insozzando e lordando un habitat che si era conservato intatto fino a quel momento. Tutto è avvenuto sotto gli occhi di tutti e nessuno ha pensato che in tempi brevissimi saremmo arrivati al capolinea. Che cosa significa essere arrivati al capolinea? Significa guardare con diffidenza a quell’acqua un tempo così trasparente ed invitante. Delle persone anziane che abitavano nelle zone periferiche del centro abitato di Capua, mi hanno confidato che da giovani, fino al secondo conflitto mondiale, bevevano ordinariamente sia l’acqua attinta dai pozzi, di cui erano dotati le rispettive abitazione, che l’acqua del fiume Volturno. Quell’acqua era, quindi, potabile, fino a tempi relativamente recenti. Dall’anno zero dell’ipotetica vita del Fiume Volturno al secondo conflitto mondiale, il nostro fiume si è conservato pressoché integro, come il primo giorno dal quale ha cominciato a scorrere verso il mare. E’ veramente preoccupante ciò che è sotto i nostri occhi: per milioni di anni l’acqua del nostro fiume, come di tutti i corsi d’acqua dell’Italia e, presumiamo, del mondo intero, si è conservata pura. L’uomo è stato in grado di insozzarla in pochissimo tempo per il rapido raggiungimento di un apparente benessere che –almeno- speriamo sia duraturo. Uso il verbo “insozzare”, in aggiunta a quello di “inquinare”, per sottolineare ancor più la responsabilità dell’uomo moderno davanti al creato. “Che tu sia lodato, mio Signore, per sorella acqua, la quale è tanto utile e umile, preziosa e pura”: così recitava San Francesco nel suo Cantico delle creature. A furia di pensare al nostro benessere ci siamo dimenticati della nostra sorella acqua e, dopo, che l’abbiamo così profondamente contaminata, abbiamo finanche paura di solo toccarla per non rimanere esposti a rischi chimici e/o biologici. La metamorfosi in peggio del nostro fiume Volturno –ma lo stesso vale per tutti gli altri corsi d’acqua, per non fare torto a nessuno- è avvenuta così rapidamente che talvolta penso che alcuni ricordi che albergano nella mia mente siano più il frutto della fantasia che della realtà. Rammento di aver visto, da bambino, delle persone che pescavano dei gamberetti di fiume (in dialetto napoletano “ammarielli”) nei pressi del ponte ferroviario. Nello stesso punto, come dianzi detto, località dove solitamente si facevano i bagni, altre persone si dilettavano con dei setacci, pure malandati, a pescare delle anguille di piccolissima pezzatura che evidentemente e notoriamente si intrattenevano nella parte bassa dell’acqua, tra un tipo di erba acquatica che non so indicare, la quale, negli anni successivi, si è andata diradando fino a scomparire del tutto dal nostro fiume. Deduco che doveva trattarsi di una vegetazione che attecchisce soltanto nell’acqua pura: insomma un indicatore biologico scomparso a seguito del sopravvenuto inquinamento. Una ventina di anni fa, in visita al bosco di San Silvestro, che si trova immediatamente sopra la cascata del noto parco vanvitelliano di Caserta, con accesso da San Leucio, visitai un laboratorio (o qualcosa di simile) nel quale erano esposti dei contenitori in vetro con all’interno delle varietà ittiche del fiume Volturno, conservate in alcool, o qualcosa di analogo, per preservarne lo stato, che presentavano evidenti escrescenze e malformazioni tumorali. Lo scopo di quell’espositore era quello di evidenziare le conseguenze dell’inquinamento sulle specie ittiche che vivono nel fiume Volturno. Un tempo, sulla nostra riviera, si poteva godere del profumo dell’acqua –è vero l’acqua pura che fluiva verso il mare aveva il suo fascino ed odore-, mentre adesso si percepisce, soprattutto in estate, quando il livello dell’acqua è più basso, uno sgradevole odore, assimilabile talvolta ad un vero miasma.

Chiudo questa breve riflessione sul nostro fiume –ma anche degli altri fiumi- con quanto mi accadde qualche anno fa nei pressi della riva del fiume Volturno. Era una giornata ventosa ed udivo un sinistro rumore, come lo sventolio di qualcosa di indeterminato che fluttuava rumorosamente contro le raffiche del vento. Fin da subito non mi sembrò il rumore caratteristico delle folate di vento che colpivano il fogliame degli alberi. Mi affacciai alla riva e vidi qualcosa di davvero inconsueto e, nel contempo, impressionante: il sinistro rumore proveniente dal fiume era determinato dalle raffiche di vento che facevano svolazzare impetuosamente innumerevoli buste di platica impigliate negli alberi e nella vegetazione spontanea che cresce nei pressi della riva del fiume. Ogni volta che ha luogo un’alluvione, il fiume straripa e porta in superfice grandi quantità di buste di plastica che si impigliano tra i rami degli alberi, ove rimangono, anche successivamente al deflusso delle acque: a vederle sembrano delle bandiere che irridono alla miopia dell’uomo moderno. Nelle foto accluse propongo la prova della vegetazione imbandierata dalla plastica, materiale utile sì, nella vita di ogni giorno, ma non in quel modo!

Chissà cosa penserebbe il Dio Volturno dello stato attuale del fiume che porta il suo nome!

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