CULTURA

Ucraina:  8 marzo 2022

“Festa” sinonimo di allegria e gioia. Considerando la guerra in Ucraina, questo sostantivo suona come  un ossimoro  di disperazione e morte.

Mi viene da pensare che oggi non c’è nulla da “festeggiare” che le donne in Ucraina hanno imbracciato fucili e fatto da scudo con i loro corpi ai propri figli. Le donne, ancora una volta, come in tutte guerre che hanno attaversato i tempi, dimostrano, siano esse bambine, adulte oppure anziane, grande coraggio e determinazione.

La cronaca e i social sono pieni di episodi che raccontano il loro infinito coraggio riportando la memoria di tutti ad immagini che sembrano essere uscite dalle pagine di libri di Storia. 

Come dimenticare l’immagine di quella folla oceanica raccoltasi davanti ai convogli ferroviari in attesa di salire nella speranza di fuggire lontano da quell’orrore. Quanti volti di bambini e donne dietro i finestrini dei treni che in lacrime salutano i loro cari che restano a combattere mentre loro partono portando con sé i figli verso mete sconosciute e in luoghi di cui non si conosce nemmeno la lingua.

Restano impressi nella memoria, inoltre, il video di Amelia, la bambina che, in un bunker di Kiev, intona una canzone per distrarre gli altri bambini, oppure quello della giovane ragazza ucraina, Vera Lytovchenko, ripresa mentre suona il violino, o la storia di Yelena Ospova, ottantenne sopravvissuta all’assedio di Leningrado, arrestata a Mosca mentre protestava contro la guerra in Ucraina o, non per ultimo, la mamma che lascia andare da solo il proprio figlio undicenne su di un treno che lo porterà in salvo in  Slovacchia. Quanto dolore e quanto coraggio.

Storie simili ce ne saranno ancora, anzi, una è proprio di poche ore fa.

Stamattina, durante una giornata lavorativa come tante a scuola, tra didattica, burocrazia, mail e gestione covid, arrivano a scuola delle persone per una richiesta di iscrizione per un bambino ucraino alla terza classe della scuola primaria 

 Vado loro incontro e trovo una signora, poi identificata come la nonna di quel bambino biondo dai grandi occhi azzurri, mascherina incollata al volto, che intanto si era accomodato su una sedia.

Dopo aver dato alla signora le informazioni che chiedeva per l’iscrizione del nipote le chiedo dove fosse la sua mamma. 

La signora, guardandomi con occhi pieni di tristezza e al contempo colmi di orgoglio, mi risponde: “La mamma è venuta fin qui per affidarmelo ma è dovuta subito ritornare in Ucraina. Lei è medico e sente che il suo posto ora è lì, nella sua terra. Suo figlio è al sicuro qui con me.” 

Non serve aggiungere altro, questa è solo la prima di una serie di storie di coraggio che accoglieremo nei giorni a seguire…

Alle donne ucraine va il nostro profondo e commosso abbraccio.

CONDIVIDI

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*