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LA DOMENICA, GIORNO DEL SIGNORE…di Don Franco Galeone

18 gennaio 2026 ✶ II Domenica del Tempo ordinario (A)

Dalla voce nel deserto all’annuncio nella città (Gv 1,29)

La domenica “dell’agnello di Dio” Il brano del Vangelo di Giovanni nella prima parte è segnato dalla solenne espressione del Battezzatore: “Ecco l’agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”. Nella seconda parte, il personaggio principale è lo Spirito: questo significa che Gesù battezza nello Spirito. L’atteggiamento del Battezzatore, in questo brano, è di colui che a tappe avanza nella fede in Gesù: non lo conosce (v. 31), è il Messia sofferente (v. 29), il santificatore (v. 33), il Figlio di Dio (v. 34).

Dalla voce nel deserto alla voce nella città Pare che Gesù sia stato l’ultimo ad essere battezzato da Giovanni nel fiume Giordano; infatti il Battezzatore fu subito dopo arrestato dai soldati di Erode Antipa e decapitato. Aveva esaurito il proprio compito, spianato la strada a Colui che avrebbe battezzato nello Spirito. Alla storia dei profeti ora succede la storia degli apostoli e dei testimoni. Oggi balza in primo piano l’ultimo degli apostoli, Paolo. Se Giovanni era una voce che gridava nel deserto, Paolo è una voce che grida nelle città. Non era coperto di peli di cammello, non si nutriva di locuste e di miele selvatico; vestiva secondo la moda, aveva un mestiere, aveva la cittadinanza romana, pur essendo ebreo. Ma aveva in comune con il Battezzatore la passione per Gesù, e come Giovanni farà esperienza del carcere e del martirio. Per cinque domeniche consecutive, Paolo si rivolgerà a noi con le parole della prima delle sue due lettere che egli scrisse ai cristiani di Corinto. Per un discorso sull’amore, Paolo sceglie una città molto singolare, Corinto, la città delle prostitute consacrate alla dea Venere. Paolo vuole annunciare, alle tante Maddalene dei postriboli, il Gesù, uomo perfetto e Figlio di Dio.

Il pentitismo è molto diverso dal pentimento! Oggi l’uomo si presenta come Polifemo: un gigante ma cieco: all’immensa ricchezza tecnologica corrisponde una sconfortante povertà valoriale. O come l’astuto Ulisse davanti alle Sirene: in filigrana si intravede il destino dell’uomo occidentale, che diventa sì padrone della natura, ma asservendo sé stesso, legato all’albero della sua stessa nave, e disperatamente smanioso di libertà . Oggi assistiamo ad un’assoluzione generale, a un pentitismo diffuso. Numerosi cristiani rifiutano il cosiddetto “armadio dei peccati”, per il più confortevole lettino dello psicologo. A pagamento! Ci farà del bene ricordare queste due verità: 1) anzitutto il peccato non è solo la trasgressione di una legge; la strada del cristiano non è costellata da cartelli: “Fa’ questo, non fare quello”; sulla nostra strada c’è un Dio che fa autostop, che ci prega di caricarlo sulla nostra macchina, e di fare il viaggio con Lui; diventare amici, compagni, mangiare cioè lo stesso pane della gioia e del dolore; peccato è quindi rifiutare l’incontro, il dialogo, l’amicizia; 2) inoltre, in ebraico, il verbo peccare alla lettera significa mancare il segno, fallire il bersaglio; chi pecca fallisce il proprio bersaglio; non solo fa male, ma si fa del male; quelle che noi chiamiamo leggi di Dio sono in realtà leggi dell’uomo; peccato è non realizzare ciò a cui siamo chiamati. “Adamo, dove sei?”. L’uomo non è là dove dovrebbe essere. È andato a nascondersi. L’uomo diventa meno uomo. Questo è il peccato! BUONA VITA!

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