Domenica 30 novembre 2025 ✶ I Domenica di Avvento (A)
Io sono la voce di uno che grida! (Mt 3,1)

La prima parte del Vangelo è dominata dalla solenne figura di Giovanni. Pochi sono i libri che iniziano con tanta incisività, come il Vangelo di Matteo. Proviamo una specie di “timore et tremore” nel risentire quelle roventi parole, nel rivedere quel ruvido personaggio di Giovanni il Battezzatore. Di lui colpisce la sua umiltà: “Non sono degno neanche di portargli i sandali!”. A ben riflettere, il primo atto di fede verso Gesù, viene da Giovanni. Egli non è il Messia, non è la luce: è un precursore, un semplice testimone, subordinato a Colui che annuncia. Niente altro che questo: voce che prepara la Parola. Anche noi, come Giovanni, non siamo la risposta a tutte le domande. Non possediamo Dio in concessione esclusiva. Gesù è già in mezzo agli uomini, nelle loro gioie e speranze, “illumina ogni uomo che viene in questo mondo” (Gv 1,9). Tante volte noi ci crediamo il centro necessario ed unico della salvezza; questo Vangelo ci ricorda che noi non siamo la via ma che prepariamo la Via a Uno che è più grande di noi. Il nostro compito non è di condurre a noi ma a Gesù. E dopo avere lavorato, mettersi anche da parte: siamo servi utili ma non necessari. Convertitevi, il Signore è vicino!
Qual è la migliore preparazione alla gioia del Natale? La conversione! Per tanti credenti, è diventata una parola demodé; preferiamo parlare di autenticità, di consapevolezza, di realizzazione; andiamo alla ricerca di eufemismi e di neologismi per sfuggire all’esigenze della conversione. Conversione, in gergo automobilistico, significa un’inversione, una curva ad “U” nel proprio viaggio. A un corridore che suda e pedala nella direzione sbagliata, a nulla servono gli sforzi, osserva sant’Agostino. Convertirsi significa “cambiare testa” (metànoia), incontrare Gesù. È necessario togliere al termine “conversione” ogni incrostazione moralistica mortificante: tutte le conversioni del Vangelo terminano nella festa, nella gioia, nel banchetto! Ma attenzione: si tratta di “incontrare Gesù”, non di “conoscere Gesù”: altro è conoscere una persona, altro è incontrare una persona. Incontrarsi è comunicare, parlarsi, donarsi. Si può essere teologi e non incontrare il Signore. Il “conoscersi” è propedeutico al “convertirsi”.
Chi era Giovanni? Un personaggio piuttosto enigmatico. Giuseppe Flavio – il famoso storico ebreo- romano del I sec. d.C. – lo presenta così: “Era un uomo buono che esortava gli ebrei a vivere una vita retta, trattandosi con giustizia reciprocamente e sottomettendosi con devozione a Dio, e facendosi battezzare” (Antichità Giudaiche). Giovanni denuncia e condanna la sua società opulenta che – allora come oggi – punta sull’effimero, sul frivolo, sui falsi valori. Il suo messaggio è riassunto in una sem- plice frase: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!” (v.2). Il tono è minaccioso, ma non si tratta di castighi vendicativi ed eterni, non si tratta di sentenze esecutive ma di rimproveri pedagogici. Nei tribunali umani i giudici prendono in considerazione solo gli errori e pronunciano la sentenza in base al male commesso. Nel giudizio di Dio avviene esattamente il contrario. Egli, con il ventilabro della sua parola, spazza via la pula e lascia sull’aia solo i preziosi chicchi: le opere di amore che, poche o molte, tutti compiono. BUONA VITA!






