Francolise – La villa romana di Francolise – intesa anche come villa di San Rocco, dal nome della località ove è ubicata – venne alla luce, in maniera del tutto casuale, negli anni trenta del decorso secolo. Si tratta di un sito poco conosciuto che, grazie alle iniziative dell’amministrazione comunale di quella cittadina, è stato valorizzato in maniera adeguata, poiché si presenta ai visitatori in condizioni ottimali, con appositi camminamenti e delimitazioni dei luoghi archeologici di maggiore interesse. Circa un secolo fa, in quel luogo si stava realizzando un sanatorio e durante i lavori di sterro cominciarono ad affiorare delle strutture retrodatanti al periodo romano. Che si fosse al cospetto di una importante scoperta, lo si è compreso col proseguimento dei lavori di rimozione di un profondo strato di terreno, ricoperto da rovi, vegetazione spontanea ed arbusti, nonché olivi selvatici. Quando una buona parte della struttura stava per venire alla luce, intervenne il Sovrintendente del tempo, il noto professore Alfonso De Franciscis, che dispose l’immediata interruzione dei lavori. Da quel momento si procedette con maggiore cautela nella rimozione del terreno e dei detriti, anche perché nel frattempo stava per venire alla luce una cisterna. Gli scavi della villa romana, in maniera sistematica, iniziarono nel 1962 e la rilevanza della struttura richiamò anche l’attenzione di archeologi provenienti da altre nazioni, quali quelli della British School di Roma e dell’Accademia delle Belle Arti della New York University, che comparteciparono ai rilievi ed alla catalogazione dei reperti. Le risultanze delle attività svolte furono raccolte in una relazione a firma di
P. von Blanckenhagen, di M. A. Cotton e di J. B. Ward-Perkins, della British School di Rome, pubblicata nel 1965. La villa rustica di Francolise fu costruita tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C. – Essa si articolava in una Pars urbana ed una Pars rustica. La prima comprendeva una cisterna, dei portici e dei locali denominati balneum, culina, peristylum , viridarium, triclinium, tablinum, vestibulum, exedra. La seconda, invece, oltre la cisterna ed i portici, comprendeva alcuni cortili, le fornaci e l’hortus. Molto elaborati risultano essere i mosaici, composti da tessere bianche e nere. Il peristylium era composto da 12 colonne, recanti capitelli ionici scolpiti in tufo. Il viridarium era un grazioso giardino; a seguito dei rilievi eseguiti, risultava essere di forma quadrata, circondato sui quattro lati da porticati con tetti spioventi, tali cioè di poter consentire il passeggio al coperto, anche in caso di pioggia. Nella parte urbana un posto di rilevo era riservato alla “culina”, cioè alla cucina, il regno della vilica, cioè della moglie del fattore, a cui erano deputati importanti compiti, in quanto oltre ad interessarsi delle faccende domestiche, doveva anche controllare il lavoro delle ancelle e dei servi. Sempre lei doveva procedere al controllo delle derrate in arrivo ed al loro impiego per massimizzare il profitto del fattore. I locali della cucina si trovano ad un livello di calpestio inferiore a quelli dei locali destinati alla consumazione del vitto, in modo da evitare che il fumo del focolare e della fornace, causato dalla combustione della legna, potesse dare eccessivo fastidio ai commensali.

Alcuni studiosi hanno ritenuto che il distanziamento dei locali, ove si svolgeva la cottura dei pasti, da quelli ove essi venivano consumati, avesse lo scopo di tenere lontani le fonti di calore (del focolare e della fornace) dalle travi in legno che sostenevano il tetto della cucina, per scongiurare possibili incendi, tanto numerosi nell’antichità. Gli archeologi hanno dedicato molta attenzione ai locali della cucina, nonché degli altri ambienti contigui, rilevando che il pavimento di essa era formato da porosi mattoncini (Opus spicatum), che lo trasformavano in una superficie antisdrucciola, proprio negli ambienti che si presentano più scivolosi per i vapori sprigionati dalla cottura degli alimenti. Nella villa “S. Rocco” la cucina si presentava funzionale alla lavorazione degli alimenti, in quanto si articolava in una zona cottura, un magazzino, adibito a dispensa, ed una caldaia. Il banco di lavoro, in muratura, molto comodo per la preparazione dei cibi, era situato nei pressi del focolare, nel quale, tra l’altro, venivano collocati pentole e padelle, appese ai tripodi metallici. Poi, un ingegnoso sistema di canalizzazione del calore lo veicolava nell’adiacente “balneum”, per il riscaldamento, del quale sono rimasti soltanto due muretti, in posizione parallela tra di essi, su cui veniva poggiata la caldaia, la cosiddetta testudo. Un complesso sistema di chiuse, azionate dalla servitù, consentiva di miscelare l’acqua in ebollizione con quella fredda attinta da serbatoi sotterranei, per poi immetterla nella vasca del “calidarium”. Un altro sistema di tubi convogliava il vapore della caldaia nei “tubuli”, nascosti sotto il pavimento e sotto le pareti, tanto da rendere tiepidi tutti i locali. Di interesse, nella villa “S. Rocco”, è soprattutto la pars rustica, dove sono tuttora visibili i vari ambienti per la lavorazione delle olive, dal torchio alle vasche di decantazione. Curiosamente, non sono state trovate tracce inerenti alla lavorazione dell’uva e della produzione del vino. Gli archeologi hanno dedotto che nel corso dei secoli quel sito sia stato stravolto da scavi e da sottrazioni di molti componenti, tanto da renderne irriconoscibile la primitiva destinazione. Ciò nella convinzione che nelle ville rustiche la produzione dell’olio avveniva quasi sempre in locali contigui con quelli in cui si procedeva alla vinificazione, utilizzando spesso lo stesso torchio. Molto ingegnosi risultano i sistemi adottati per la decantazione dell’olio e per la sua valutazione merceologica. Una visita nella villa rustica di “S. Rocco” offre l’opportunità di fare una full immersion in una fattoria romana retrodatante ad oltre duemila anni addietro, per ammirarne bellissimi mosaici e rendersi conto degli espedienti tecnici adottati per il riscaldamento degli ambienti ed il funzionamento della terme domestica: insomma agi e comodità raffinate, con tecniche tutto sommato ancora moderne e funzionali, che facevano della Campania Felix una delle contrade più ammirate dell’antichità.









