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CAPUA E BARLETTA: DUE MODI DIVERSI PER CELEBRARE ETTORE FIERAMOSCA E LA DISFIDA DI BARLETTA.

Capua – Capua e Barletta ricordano entrambi Ettore Fieramosca, il vincitore della nota “Disfida di Barletta”, nato a Capua nell’anno 1476. Il padre era un barone, mentre la madre era una nobildonna del casato di Gaetano d’Aragona. Ricevette, fin dalla giovane età, una educazione umanistica presso la corte di re Ferrante. In età adulta, appresa l’arte del guerreggiare, fu preposto come capo di una compagnia di balestrieri ippomontati, al servizio degli aragonesi. In un primo momento, dal 1494 al 1495, fu alle dipendenze del re Ferrandino. Alla morte di questi, passò al servizio del re Federico. Successivamente, in forza del trattato di Granata, il territorio italiano si trovò suddiviso tra le truppe di occupazione spagnole e francesi. In seguito a questi eventi, il Fieramosca si pose al servizio di Consalvo Cordova. Orbene, fu proprio in quel contesto storico che maturò la famosa “Disfida di Barletta”. Orbene nel 1503, un reparto spagnolo, al comando di Diego Garcia di Paredes, fece prigionieri alcuni francesi, tra cui Jacques de Guignes, Giraut de Forses e La Motta (oppure La Motte). Sopraggiunta la sera, il comandante spagnolo decise di fare una sosta in una locanda, una cantina tuttora esistente, invitando i tre prigionieri francesi al suo desco. Il più orgoglioso di essi era il La Motta, che, pur accettando l’invito, continuava a tenere un atteggiamento esacerbato verso gli spagnoli, rintuzzando con astio ogni opinione espressa dai suoi interlocutori. Nel corso della serata, Inigo, un cavaliere spagnolo, si compiaceva del valore guerresco degli italiani, venendo in ciò aspramente contestato dal La Motta che eccepiva che gli stessi fossero infidi e perfidi. Massimo D’Azeglio, nel libro “Ettore Fieramosca o la Disfida di Barletta”, pubblicato la prima volta nel 1833, ha immaginato lo svolgimento di quell’acceso battibecco tra gli spagnoli ed i francesi, a proposito del valore degli italiani. Ecco cosa pensò che il La Motta avesse detto per indispettire ancor più gli spagnoli: “Da molt’anni facciamo la guerra in
Italia; e, ….., abbiamo molto più veduto adoprar pugnali e veleni che lance e spade, e vi prego di crederlo; un gendarme francese si vergognerebbe d’aver per ragazzi di stalla uomini che non valessero meglio di questi poltroni d’Italiani: giudicate se si può immaginare di paragonarli con noi. ….. Dirò sempre, gli Italiani valer solo ad ordir tradimenti e non alla guerra, ed esser la più trista gente d’arme che abbia mai tenuto piede in istaffa e vestita corazza. E chi dice che io abbia mentito, mente, e glielo manterrò coll’armi in mano. ….. Se non rispondo io ed i miei compagni alla disfida che gli italiani mi mandano per bocca vostra, e colla grazia di Dio, di Nostra Signora e di S. Dionigi, che aiuteranno la nostra ragione, mostreremo a tutto il mondo qual differenza vi sia fra la gente d’arme francese e questa canaglia italiana che voi proteggete”. I cavalieri italiani, a cui furono compartecipate le gravi offese di cui erano stati fatti oggetto, accettarono la provocazione, facendo conoscere la disponibilità a battersi contro i cavalieri francesi. La disfida ebbe poi effettivamente luogo tra Andria e Corato, nelle campagne di Barletta, con la partecipazione di tredici cavalieri italiani, tra cui Ettore Fieramosca, il più valente e coraggioso tra di essi. La disfida, come è riportato in tutti i libri di storia, vide la vittoria dell’eroico capuano e dei suoi commilitoni, che brillarono per la loro valentia guerresca e la generosità mostrata nei confronti degli avversari soccombenti, qualità poi celebrate nel romanzo “Ettore Fieramosca o la Disfida di Barletta”. Nell’opera del D’Azeglio la vicenda storica viene resa in maniera romanzata, allo scopo di addivenire all’esaltazione della coscienza nazionale, in linea con lo spirito risorgimentale del diciannovesimo secolo.

IL ROMANZO DI D’AZEGLIO Si tratta di un romanzo avvincente e coinvolgente, poiché nello stesso viene approfondito anche il travagliato amore del nostro Fieramosca con la donna amata, la nobile Ginevra, anch’essa capuana. L’opera è stata oggetto di innumerevoli edizioni, in quanto lo scrittore seppe innestare una storia d’amore in un contesto storico reale, in cui la disfida ha voluto sublimare i valori guerreschi, dove l’onore ed il rispetto dell’avversario erano ancora dei valori fondanti e la parola data da un cavaliere valeva più di qualsivoglia contratto scritto. La storia celebra ancora quell’evento epico conosciuto in tutto il mondo e il d’Azeglio diede ad esso un taglio leggendario, seppure venato da una profonda tristezza per l’inatteso epilogo della storia umana del nostro personaggio che non riuscì a coronare il suo amore; inseguì per lungo tempo la donna amata e quando sembrava di averla alfine raggiunta, la perse inaspettatamente all’ultimo momento. Il libro del D’Azeglio è stato un romanzo storico, ma anche d’amore, e per questi suoi caratteri fu letto da intere generazioni di lettori, contribuendo, e non poco, alla formazione della coscienza nazionale, perché alla data della pubblicazione -1833- del romanzo del D’Azeglio, l’Italia era ancora suddivisa in tanti piccoli Stati ed il disegno del processo di unificazione faceva parte dell’aspirazione di gran parte degli italiani. Il punto centrale del romanzo è costituito dalla famosa cantina nella quale il francese La Motta offese pesantemente l’onore delle armi degli italiani.
Orbene, quel luogo esiste ancora ed è stato oggetto di continue ristrutturazioni, tanto che, ad oltre cinque secoli dal noto episodio, si è conservato pressoché integralmente. Si riporta il testo (la parte di maggiore interesse) della lapide apposta all’ingresso della cantina, oggi oggetto di innumerevoli visite da parte dei turisti, anche nei periodi di bassa stagione: “Il 15 gennaio 1503, secondo la tradizione, la Cantina della Sfida di Barletta avrebbe ospitato un banchetto in onore dei francesi che erano stati sconfitti dagli spagnoli. Il francese La Motte contestò in questa sede il valore dei combattenti italiani, accusandoli di codardia. Lo spagnolo Inigo Lopez de Ayala di contro difese con forza gli italiani, affermando che i soldati che ebbe sotto il suo comando potevano essere comparati ai francesi quanto a valore. Si decise così di risolvere la disputa con un duello: La Motte chiese che si sfidassero tredici (in origine dieci) cavalieri per parte nella piana tra Andria e Corato. ….. I suggestivi ambienti della Cantina sono collocati all’interno di Palazzo Damato, edificio risalente al XIV-XV secolo. ….. Nel 1936 il Comune di Barletta affittò e ripristinò questi spazi e diede di fatto avvio alla trasformazione di questo luogo in simbolo della Disfida. Terminati i lavori nel 1937con una solenne cerimonia la Cantina venne inaugurata e dichiarata monumento nazionale. Nel 1949 il Comune acquistò i locali per 400.000 lire e avviò il processo di rifunzionalizzazione a fini turistici. Gli ambienti si caratterizzano per la commistione di stili. ….. Il primo ambiente presenta sulla sinistra un imponente camino, mentre sulla parete di destra sono state collocate le riproduzioni degli scudi dei 13 cavalieri italiani guidati da Ettore Fieramosca. ….. Sulla destra è possibile proseguire il percorso fino ad affacciarsi su un affascinante ambiente sotterraneo”. Il testo della lapide ci descrive l’interno della cantina, ove dei cavalieri si attardavano intorno a dei tavoli imbanditi, ciascuno vantando le capacità guerresche dei propri compagni d’armi. Un ampio camino faceva da sfondo all’allegra comitiva distribuita lungo un ambiente sotterraneo, terminante in una vasca o, piuttosto, in un pozzo, ancora oggi con l’acqua affiorante al livello del pavimento della cantina. A Barletta due monumenti, invero molto belli, celebrano Fieramosca e la disfida: uno posto nella cantina ed uno collocato nella piazza principale della cittadina. Rappresentano il Fieramosca, ormai appiedato, dopo diversi scontri con gli avversari, che incombe vittorioso su La Motta anch’egli atterrato da
cavallo ed ormai vinto. I festeggiamenti, che hanno luogo in genere nel mese di settembre, si articolano
attraverso varie fasi che rievocano i momenti salienti che caratterizzarono quella vicenda storica, ovvero
con l’annuncio del bando di sfida da parte dei paggi di entrambe le parti in causa e lo svolgimento di un
lungo corteo, in cui i figuranti vestono ricche vesti rinascimentali. La celebrazione prevede, altresì, fuochi pirotecnici e danze rinascimentali, in un tripudio di popolo festoso. L’acme della celebrazione rievocativa consiste nella messa in scena del combattimento tra la compagine francese e quella italiana, con modalità più o meno analoghe a quelle dei tempi andati, ovvero che le imitano, oppure in modo simulato. Circa ottanta anni dopo la Disfida, nell’anno 1583, Ferrante Caracciolo, duca di Airola e possidente di tenute nel territorio di Bari e di Otranto, decise di erigere un monumento che ricordasse quell’evento così significativo. Su di esso fu collocata una lapide che, in latino, riproduceva un epigramma del poeta latino Pier Angelio Bargeo, del quale si riportano gli ultimi tre righi: “Hic stravere Itali iusto in certamine Gallos, hic dedit Italiae Gallia victa manus” (Qui gli italiani in leale scontro atterrarono i Franchi, qui la vinta Francia la mano porse all’Italia). Capua è stata molto più avara nella celebrazione del suo cittadino, in quanto lo ricorda da sempre il palazzo ove ebbe i natali ed una lapide, posta sulla facciata, che ne rievoca le gesta, con una spada, posta di traverso, sulla sua sommità. Ecco il testo che lo celebra: “MDCCCLXXXVI – finché memorie e presentimenti forti faranno l’onore delle nazioni, finché sulle rovine siederà Dio superstite l’onore additante in una sola zolla straniera offesa di straniero sangue sino a quel tempo e in qualunque fortuna di popolo ETTORE FIERAMOSCA sarà nome generosamente vindice ed inclita questa casa sua”. Da una analisi della data in cui fu collocata la lapide si può dedurre che essa fu progettata dopo la pubblicazione, nel 1833, del romanzo di Massimo d’Azeglio –“Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta”-.

LA MEMORIA Dopo circa cinquanta anni dalla prima edizione, sulla scorta del successo editoriale del libro, che aveva rinverdito un personaggio storico che aveva dato lustro all’Italia intera, fu deciso di apporre la lapide, di cui è stato riportato il testo. Se il D’Azeglio non avesse mai scritto il libro, verosimilmente, né il comune di Barletta né quello di Capua si sarebbero ricordati di celebrare il Fieramosca e la disfida. All’interno del palazzo, purtroppo, nulla ricorda la sua vita a Capua. Soltanto qualche decennio addietro ha avuto luogo un tentativo di ricordarlo ai posteri: un elmo, di notevoli dimensioni, posto in un’area a verde, all’incrocio tra via Palasciano e la SS7, opera monocromatica del poliedrico artista –Arturo Casanova-, nato a Caserta nel 1966, che vanta numerose partecipazioni ad esposizioni nazionali ed internazionali. Trattasi di artista molto apprezzato nel panorama artistico e la monocromaticità è l’elemento maggiormente caratterizzante delle sue opere in pittura, scultura e disegno. Nonostante il valore artistico dell’elmo, esso non è divenuto l’auspicato attrattore turistico, né la scelta di quel cimelio, come simbolo del Fieramosca e della sua impresa, è stata condivisa da buona parte della popolazione che avrebbe preferito, in suo luogo, far erigere un ben diverso monumento per celebrare le gesta del suo celebre figlio: una statua, oppure un busto oppure, ma molto in economia, la spada, del tipo di quella collocata sulla lapide del palazzo che gli diede i natali. Anche altre cittadine celebrano il Fieramosca: soprattutto Mignano Montelungo, ove svetta un imponente maniero: il “Castello Fieramosca”, un vero gioiello storico ed artistico, completamente ristrutturato ed aperto alla cittadinanza ed ai turisti, nonché alle riunioni ed alle pubbliche manifestazioni.
Davvero un bel modo per celebrare un illustre personaggio storico. Anche un altro castello celebra Ettore Fieramosca: al confine con la regione Lazio, nel castello di Rocca d’Evandro (ante 1470-1515), un’intera ala, magnificamente ristrutturata, ove si svolgono pubblici eventi, è intitolata ad “Ettore Fieramosca, già proprietario del Castello di Rocca d’Evandro”. La città di Capua può ancora fare qualcosa per meglio celebrare il suo illustre concittadino, non solo per doverosamente omaggiarlo per il riscatto dell’onore militare dell’Italia, quanto anche per farlo conoscere meglio alle attuali ed alle future generazioni, significando che il tutto avrebbe una positiva ricaduta economica sulla stessa città, con l’accorrere di flussi turistici, come accade già a Barletta, per riscoprire un personaggio, un po’ dimenticato proprio nella città che gli diede i natali, e per ammirare, nel contempo, le ulteriori bellezze monumentali ed architettoniche che hanno reso allettante il suo centro cittadino.

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