Tra video virali e modelli devianti, cresce il numero di giovani che imitano atteggiamenti aggressivi per guadagnare visibilità. L’assenza di controllo e la mancanza di spirito critico trasformano i social in un campo minato educativo.L’arresto di Don Alì, ventiquattrenne noto come il “re dei maranza”, ha riportato al centro del dibattito pubblico una questione urgente: quanto la rete stia influenzando — e deformando — il comportamento dei giovani.Il tiktoker, insieme a dei complici, avrebbe aggredito un maestro fuori da una scuola, filmando la scena e diffondendola sui social. Un episodio grave, che supera i confini della cronaca per diventare simbolo di un malessere culturale diffuso.Il termine “maranza” è ormai entrato nel linguaggio giovanile. Identifica una sottocultura che esalta la spavalderia, la forza e la prepotenza come segni di identità.Nata per gioco, alimentata da video virali e brani trap, questa tendenza è diventata una forma di appartenenza digitale. Vestiti appariscenti, linguaggio provocatorio e ostentazione di aggressività: tutto serve a catturare attenzione, a “fare numeri”.Sui social, il comportamento violento non viene isolato o condannato, ma spesso premiato dall’algoritmo, che amplifica ciò che genera reazioni. E così, il gesto estremo diventa contenuto, la trasgressione si trasforma in spettacolo.TikTok, più di altre piattaforme, ha creato una cultura della visibilità immediata. I video brevi e ad alto impatto emotivo favoriscono modelli semplici, estremi e facilmente imitabili.Per molti adolescenti, il “mi piace” diventa un metro di autostima. Senza filtri educativi, il consenso virtuale sostituisce la valutazione morale delle proprie azioni.In questo modo, la rete alimenta una dipendenza sociale: si cerca il successo digitale anche a costo di umiliare, colpire o esibire la violenza.Dietro l’epidemia dei “maranza” si nasconde un’assenza di controllo collettivo.Genitori spesso ignari del mondo digitale dei figli, piattaforme che non vigilano sui contenuti, scuole lasciate sole a contrastare fenomeni di bullismo e devianza online.L’educazione civica digitale è prevista nei programmi scolastici, ma senza un sostegno sistematico rischia di restare una lezione teorica davanti a un mare di immagini distorte.L’aggressione al maestro non è solo un atto di violenza fisica: rappresenta l’attacco al valore dell’educazione e al ruolo degli adulti come guide.Quando chi ottiene visibilità lo fa mostrando disprezzo per le regole, i giovani più fragili possono confondere la ribellione con il carisma, l’arroganza con il successo.Il caso “Don Alì” deve spingerci a una riflessione collettiva: la rete può essere uno strumento straordinario di conoscenza, ma senza filtri critici rischia di diventare un laboratorio di emulazione cieca e violenza normalizzata.Servono regole più chiare, formazione digitale diffusa e una presenza adulta costante nei luoghi virtuali dove i giovani vivono ogni giorno.Perché l’epidemia dei “maranza” non si combatte solo con gli arresti, ma con una nuova alfabetizzazione emotiva e civica, capace di restituire alla rete ciò che ha smarrito: il senso della responsabilità. A chiosa di quanto suesposto, sembrerebbe utile una riflessione su una nuova normativa cinese, in vigore dal 25 ottobre 2025, che impone agli influencer che trattano argomenti sensibili come medicina, diritto, pedagogia o finanza di possedere qualifiche formali e certificate nei rispettivi settori. Questa mossa, promossa dalla Cyberspace Administration of China (CAC) per contrastare la disinformazione online, ha suscitato un ampio dibattito a livello globale, sollevando questioni relative alla censura, ai limiti della libertà di espressione e alla responsabilità civile e professionale dei creatori di contenuti. Tuttavia appare chiaro che non è più possibile pensare alla differenza tra Libertà di Espressione e libertinaggio mediatico tendente alla pubblicizzazione di schemi comportamentali dannosi per la società.






