Bologna. Una recente ricerca di Unobravo ha rivelato un dato inquietante: circa il 50% degli italiani si sente solo nella città in cui vive. Un sentimento che attraversa età, contesti e stili di vita, ma che colpisce con maggiore forza i giovani tra i 25 e i 34 anni, sempre più smarriti in una società frenetica e individualista.Nelle grandi città come Milano, Genova, Bologna e Roma, la solitudine sembra intrecciarsi con il ritmo veloce della vita urbana, le giornate scandite dal lavoro e dalla connessione costante ma superficiale. Tuttavia, il fenomeno non si ferma ai confini metropolitani: è un malessere diffuso, una solitudine interiore che non dipende necessariamente dall’essere soli, ma dal sentirsi disconnessi dagli altri, anche quando si è in compagnia.Scrivo da Bologna, la città in cui ormai vivo ed insegno da tre anni. In questo tempo ho avuto modo di parlare molto con i giovani, ascoltarli ed osservarli nei loro contesti quotidiani e ciò che emerge, sempre più spesso, è proprio un senso di isolamento emotivo. Anche qui, dove la vita culturale è vivace e la città pullula di studenti, si respira una forma di solitudine collettiva, fatta di relazioni rapide, di presenze costanti ma distratte, di connessioni digitali che non sempre diventano incontri autentici.Anche nelle scuole la solitudine è un tema reale: molti ragazzi si sentono soli pur stando insieme ai compagni, con o senza smartphone. Non è tanto una questione di tecnologia, quanto di relazioni fragili, di un linguaggio emotivo che sembra essersi impoverito. Seppur con molta tristezza, non posso non notare che molti sono, forse dovrei dire siamo diventati, analfabeti emozionali.Lo smartphone può aver accentuato e velocizzato questa distanza, ma non ne è la causa principale: credo rappresenti piuttosto lo specchio di una difficoltà più profonda, quella di percepire l’altro e di riuscire a comunicare davvero con questo altro.Molti psicologi sostengono che il Covid-19 non abbia creato questa condizione, ma l’abbia accelerata e amplificata. La pandemia ha reso evidente quanto fossero già deboli certi legami, quanto fosse labile il senso di comunità. Forse, più che una nuova solitudine, viviamo l’acuirsi di una crisi relazionale che da tempo attraversa la nostra società e che oggi chiede di essere riconosciuta e affrontata, prima di tutto nei luoghi in cui si cresce e si impara a stare insieme: le scuole!






